domenica 23 ottobre 2011

Bcc Altavilla. "La Città" prima dà la notizia di "uno scontro interno" e poi si smentisce

"Bcc di Altavilla Scontro interno per il salvataggio"  . Articolo de 20 ottobre 2011  del quotidiano "La Città"—   
• altavilla silentina. Braccio di ferro per la sopravvivenza della Bcc di Altavilla Silentina e Calabritto. Dopo l’ispezione della Banca d’Italia, che ha accertato le difficoltá finanziare dell’istituto di credito cooperativo, un gruppo di soci ha dato disponibilitá per una consistente ricapitalizzazione, con la sottoscrizione di nuove quote. Chiedono però la sostituzione dell’attuale dirigenza, a cui si attribuisce la responsabilitá di un buco milionario che sarebbe legato ad alcune concessioni di fidi e prestiti. Nel mirino, oltre al presidente Iuorio, ci sono il direttore generale Giuseppe Sica (cugino del sindaco di Pontecagnano, Ernesto) e tutti i componenti del consiglio d’amministrazione e del collegio sindacale. Per questo è stata inviata al presidente della Bcc una lettera in cui gli si ricorda l’impegno per la convocazione dell’assemblea dei soci, assunto lo scorso 19 settembre, e gli si intima di provvedere entro cinque giorni.La "cordata" ha scritto anche alla Banca d’Italia, confermando l’intenzione di ricapitalizzare per evitare la paventata fusione con la Bcc di Battipaglia e non correre il rischio di una chiusura degli sportelli bancari di Altavilla.

--- IL GIORNO DOPO LA PRECISAZIONE «Bcc, nessun braccio di ferro»21 ottobre 2011 —

• In relazione all’articolo dal titolo "Bcc di Altavilla scontro interno per il salvataggio, alcuni soci disponibili a ricapitalizzare ma chiedono la sostituzione dei vertici" pubblicato da la Cittá il giorno 20 ottobre 2011 a pagina 24, il presidente della Banca di Credito Cooperativo di Altavilla Silentina e Calabritto Romeo Mario Iuorio, in una nota con il Direttore generale Giuseppe Sica e il Presidente del Collegio sindacale Franco Scorziello, precisa quanto segue ;a) non esiste nessuno "scontro interno" nè alcun "braccio di ferro" per il "salvataggio" della Bcc di Altavilla Silentina e Calabritto, siccome nè il Consiglio di Amministrazione nè la Direzione Generale hanno mai ostacolato nè direttamente nè indirettamente la libera iniziativa di taluni soci, diretta alla ricapitalizzazione della societá cooperativa;b) non esiste alcun "buco milionario che sarebbe legato ad alcune concessioni di fidi e prestiti" vero essendo che la situazione economico-finanziaria della Banca - come rappresentata nel bilancio di esercizio approvato dall’assemblea dei soci - risulta in linea con i risultati del ceto bancario locale;c) non vi è nessun rapporto di parentela tra il direttore generale Giuseppe Sica e l’omonimo sindaco di Pontecagnano Faiano;d) la "cordata", peraltro non identificata, non ha mai chiesto - nè avrebbe potuto chiedere al di fuori delle forme procedimentali previste dalla legge - la sostituzione dei "vertici" della Banca. ---

Omicidio Mottola, delitto senza colpevoli e moventi la Procura archivia la famiglia non si arrende

Omicidio Mottola, delitto senza colpevoli e moventi la Procura archivia la famiglia non si arrende
(…) “Mia madre l'abbracciò su la criniera / "O cavallina, cavallina storna,/ portavi a casa sua chi non ritorna!/ A me, chi non ritornerà più mai!/ Tu fosti buona... Ma parlar non sai!/ Tu non sai, poverina; altri non osa./ Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!/ Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise: / esso t'è qui nelle pupille fise./ Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. / E tu fa cenno. Dio t'insegni, come"./ Ora, i cavalli non frangean la biada:/ dormian sognando il bianco della strada./ La paglia non battean con l'unghie vuote:/ dormian sognando il rullo delle ruote./ Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome... Sonò alto un nitrito”. 
Poesia scritta da Giovanni Pascoli in seguito alla morte del padre, avvenuta in circostanze misteriose nell'agosto del 1867 
Il delitto imperfetto, una scia di sospetti ma senza un movente e i colpevoli. E’ quello avvenuto intorno alle 22 del 20 dicembre del 2007, in località Castelluccio, nel comune di Altavilla Silentina. Un colpo di fucile da caccia uccide Antonio Mottola, autista della Sita sulla tratta Salerno - Campagna. Con tante assonanze con la poesia di Giovanni Pascoli che una volta a scuola si faceva imparare a memoria ai bambini e che impressionava tutti, e per sempre, perché parlava del dramma più grande che ti poteva accadere: perdere tuo padre in maniera violenta, immotivata e senza mai avere certezze sui nomi ed i moventi dei responsabili. E’ il dramma che vivono tre giovani di Altavilla Silentina. Che non vedono gli inquirenti venire a capo del bandolo della matassa sul destino del loro papà ed anzi devono assistere ad uno stillicidio continuo di chiacchiere ed illazioni. 
IL FATTO. L’uomo aveva appena parcheggiato il suo bus a Campagna e faceva ritorno nella sua abitazione di Olivella di Altavilla anche quella sera. Vicino al luogo dell’agguato c’è una frequentata scuola di ballo. L’azione è fulminea e non sarà impossibile trovare testimoni del fatto. Tre anni di indagini non portano a nulla. Pochi giorni fa il sostituto procuratore Ernesto Stassano, aderendo ad una richiesta del gip Gaetano Sgroia, ha archiviato le indagini. La motivazione: "Non è stato possibile acquisire elementi sufficienti per ricostruire le vicende ed individuare l'autore del delitto". A tale provvedimento si sono opposti, senza successo, gli avvocati Ezio Catauro e Carmine Gallo, che rappresentano la moglie di Antonio Mottola, Paola Vuolo, ed il figlio maggiorenne, Emilio. Per entrambi la conduzione delle indagini, soprattutto nei primi due - tre giorni, quelli fondamentali nell'individuare i responsabili, è stata lacunosa."Non è stato rilevato quale marcia ci fosse innestata nella Seat Cordoba di mio marito - rileva Paola Vuolo - così non sappiamo se egli sia stato fermato, magari poche centinaia di metri prima, o se sia stato vittima di un agguato mentre, come era solito fare in quel tratto, avesse innestato la quinta marcia". "Mio padre verrà trovato quasi subito nell'auto che va a fermarsi da solo nel fossato di Castelluccio. Perchè i carabinieri - dice Emilio - non istituiscono immediatamente dei posti di blocco nella zona?". C'è ancora un'altra stranezza - fatta sempre notare dal figlio - e che riguarda le almeno cinque telecamere che ci sono nel tratto da Campagna ad Altavilla. Quasi una settimana dopo la sera dell'omicidio tocca a lui, messo sull'avviso da un amico, andare a sollecitare i carabinieri trovare eventuali elementi utili nelle registrazioni delle telecamere fino a quel momento ignorate dagli inquirenti. La stessa vita privata di Antonio Mottola è stata passata ai raggi X, qui gli inquirenti hanno espresso la migliore professionalità, facendo emergere il tratto di un uomo normale, tranquillamente diviso tra lavoro, famiglia ed hobby della caccia. Nient’altro. "Così come non hanno trovato nessuna conferma le infamanti voci fatte circolare sul nostro congiunto spesso da ambienti riconducibili o avvicinabili agli inquirenti". Fuori da ogni accusa sono i carabinieri della locale stazione di Altavilla Silentina che hanno fatto tutto il possibile. Ma è evidente, anche alla luce dei magri risultati conseguiti, che c’è stato un difetto di coordinamento ed anche di mancata fornitura dei necessari imput investigativi.
Nella memoria inviata ai giudici gli avvocati Catauro e Gallo mettono al centro della loro requisitoria il fucile a canna singola, calibro 12, del tipo di quello usato alla caccia, con appostamento, alla caccia al cinghiale, arma che si trova in possesso di diverse persone che in qualche maniera sono entrati nel raggio d'azione dell'inchiesta sull'omicidio Mottola. Quel fucile è quasi come la “cavallina pascoliana”, continuamente interrogato per arrivare alla verità. E che però non è capace nemmeno di dire sì o no a tutti i nomi dei sospetti proposti di volta in volta. Così come c’è l'inquietante ipotesi di Antonio Mottola vittima di uno scambio di persona, ovvero che l'assassino abbia ucciso la persona sbagliata nell'automobile giusta, per via della generosità di Antonio, uso a dare in affidamento la sua auto, nei turni di lavoro, ad amici rivelatisi poi infidi e con frequentazioni pericolose. Anche in questo caso l'inchiesta, nonostante la famiglia avesse fornito utili dettagli, si è inspiegabilmente fermata. 
Non sufficientemente battuta è anche la pista, affacciata già nelle prime ore dal fatto, di un possibile incidente venatorio. "Nelle sere successive all'omicidio - fanno notare gli avvocati Catauro e Gallo - tale nutrito gruppo di cacciatori non è stato più visto nei soliti luoghi, nei bar e ristoranti soliti, ritornando a frequentarli nuovamente molto tempo dopo la sera del 20 dicembre 2007". Perchè, come scrive nella sua relazione, il medico - legale Giuseppe Consalvo: "l’omicidio commesso con un colpo esploso da un fucile a carica singola di calibro 12, a distanza superiore a 100 metri, alle spalle della vittima con direzione antero posteriore, dal basso verso l'alto, appaiono verosimilmente NON incompatibili con il tipico appostamento utilizzato nella caccia al succitato animale selvatico". 
IL PERSONAGGIO      
Per i compaesani da sempre era Kociss, per via del suo del suo amore giovanile per gli indiani d’America. “Briciola” era per i passeggeri abituali dei suoi bus.  Incensurato, nessun problema sul posto di lavoro (dipendente della Sita, impegnato da anni sulla tratta Salerno-Campagna). Nessuna particolare difficoltà di natura economica: insomma, nulla che potesse spingere qualcuno a tendergli un agguato. La vita privata di Antonio Mottola degli ultimi vent’anni passata al setaccio dagli inquirenti. Nessuna particolare zona d’ombra. "Rimarrai sempre il miglior autista del mondo". Lo sottoscrissero, su di un piccolo manifesto fotocopiato ed attaccato ai muri di Campagna, con i loro nomi e cognomi, decine di ragazze . Dopo centinaia di chilometri fatti assieme, le giovani che frequentano il magistrale “Teresa Confalonieri” l’avevano ribattezzato "Briciola", forse per il suo fare simpatico e da amico. Un rapporto costruito giorno dopo giorno con centinaia di persone. Con tutti l’autista di Altavilla era cordiale e affabile.

I CONFINATI A ALTAVILLA. I fondamenti di una storia ancora da raccontare

di ORESTE MOTTOLA orestemottola@gmail.com

Gli ebrei, e non solo, furono destinati al confino di Altavilla Silentina nei primi anni della seconda guerra mondiale. Francese era l’anarchico Jean Louis Alfredo, e inglese-maltese Paolo Calea, c’era poi il comunista marchigiano Costantino Catena. Toccò a me il colpo di fortuna di vedermi scorrere davanti quelle carte durante i lavori di recupero e riordino dell’archivio storico comunale. La mia formazione di giornalista me ne fece comprendere immediatamente l’importanza e così il medico Grunhut Desiderio, il commerciante Beniamino Keller e sua figlia Regina, Bernardo Zgur alle prese con una fastidiosa malattia, hanno di nuovo un nome e qualche frammento della loro storia. Dall’agosto del 1940 al 21 maggio 1941 furono ospiti, alcuni accompagnati da familiari, rispettati del mio paese. Venivano dai campi di concentramento di Campagna dove zio e nipote Palatucci, l’uno vescovo e l’altro questore di Fiume, diedero vita ad una gigantesca operazione di salvataggio degli ebrei dai campi di sterminio. Dal maggio del 1941 le carte che io ho consultato si fanno confuse, una traccia labile li porta nel Vallo di Diano, e poi nulla più. Resta Catena, si trasferirà ad ad Eboli solo dopo la guerra. Gli ebrei ad Altavilla, si diceva. Si salvarono o no? Il dubbio resta fitto. E’uno dei capitoli del mio ultimo libro “I paesi delle ombre”. 
Altro fascino a questa storia ora va ad aggiungere il libro di Nico Pirozzi: “Fantasmi del Cilento. Da Altavilla Silentina a Lenti un’inedita storia della Shoa ungherese” , appena stampato dalle Edizioni dei Cento Autori, 158 pagine, 15 euro di prezzo di copertina.
Pirozzi, collega giornalista napoletano, ha trovato le tracce al Yad Vashem, a Gerusalemme, dove c’è il più grande data base dell’Olocausto dell’uso di false carte anagrafiche, proprio di Altavilla Silentina, da parte di ebrei di Lenti, cittadina ungherese di 8 mila abitanti strategicamene vicina a Slovenia, Croazia e Austria. Quel pezzo di carta, esibito nel 1943, che attestava che erano nati in un paese che non sapevano neanche pronunciare non bastò a salvargli la vita. Ma chi glielo aveva fornito? Come era arrivato lì, ad altre 1500 km di distanza? Questa è l’indagine che svolge Nico Pirozzi.
Lo aveva trafugato uno di quegli ebrei che era passato per Altavilla due anni prima? Magari con la complicità di qualche impiegato del municipio compiacente? E chi può essere? Nico Pirozzi s’indirizza sul medico Desiderio Grunhut, che a Roberto Olla, giornalista del Tg1, appare un gigante:”…per via della sua volontà di vivere, del suo impegno per salvare anche gli altri, per farci capire che quella è la nostra storia”. Grunhut, come io ho scritto ricordandomi di un racconto fattomi da don Antonio Polito, clandestinamente continuava a fare il medico durante il confino altavillese ed uno psichiatra famoso come Marco Levi Bianchini, ebreo anch’esso, gli venne a far visita. Grunhut ha la famiglia al seguito, ha sposato una donna italiana, la romana Guerrato. Non appare troppo plausibile l’ipotesi che sia lui ad appropriarsi delle carte anagrafiche in bianco, per diverse decine di copie, poi se le porta appresso per l’Europa in guerra, lui ebreo, per poi usarle, due anni dopo, in un paese che non è il suo. E le loro valige erano ripetutamente controllate. 
Pirozzi affaccia anche l’ipotesi, che dico subito mi pare più seriamente basata, che sia stato Albertino Remolino, ripetutamente investito della funzione di “postino” fra i due Palatucci a far avere al giovane questore di Fiume quelle “carte”. Campagna in quegli anni è sede di Sottoprefettura e quindi c’è chi può disporre di notevoli quantità di “carte d’identità in bianco” destinate ai vari comuni del comprensorio.
Com’è andata veramente non lo sapremo mai. E visto che si trattava di falsificare solo dei timbri non possiamo escludere che solo casualmente sia stato scelto il nome di Altavilla Silentina per farne “un passaporto per la vita” che non funzionò. 
Coincidenze? Dopo Piero Chiara anche Nico Pirozzi sceglie Altavilla Silentina per “ambientarci”, questa volta, una storia grande e tragica. 



GLI EBREI ED ALTRI CONFINATI 


Le atmosfere sono quelle che in maniera romanzata ci ha restituito il libro “Il Balordo”, scritto da Piero Chiara e stampato da Mondadori, interpretato in tv da Tino Buazzelli. E’ il romanzo più conosciuto fra quelli che sono stati ambientati ad Altavilla Silentina. 
Maggio del 1940: Ad Altavilla l'ordine arrivò con un telegramma del Prefetto al podestà Francesco Mottola: "Pregasi telegrafare urgenza posti disponibili in codesto comune per internandi italiani albanesi et stranieri tenendo presente opportunità che essi trovino conveniente alloggio et possibilità adeguata vigilanza. Attendesi urgentissimo riscontro". Il mittente è la Prefettura di Salerno. Francesco Mottola risponde, a strettissimo giro di posta, che: "Potrebbero alloggiarsi in questo comune circa trenta internati, però mancano gli arredamenti e le suppellettili. E' assicurata la vigilanza dei Regi Carabinieri". Quel sì è quasi un no. La prima disponibilità alla quale si pensa è quella del Convento, poi, come vedremo, si opterà per sistemarne qualcuno presso il Castello ed altri in case private. 
L’ipotesi diventò presto realtà. Di forestieri di passaggio nell’estate del 1940 non se ne vedevano molti e quando, in piazza Castello di Altavilla, videro scendere dalla “Cristalliera” quelle persone educate ed eleganti ci fu sorpresa. Nessuno si aspettava di vedere gli ebrei mandati al confino. “Si vede che non sono delinquenti”, dicevano le donne, gli anziani ed i ragazzi. Tutti gli altri erano al fronte. Solo qualche fanatico o ignorante insistette nel tenere le distanze. Grazie alle carte fortunosamente ritrovate nell’archivio storico del comune è oggi possibile ricostruire alcune storie di quel passaggio. 
Come Bernardo Zgur arrivato ad Altavilla il 16 gennaio del 1941. Figlio di Giovanni e Rosaria Tomasic, risulta nato a Podroga - S. Vito di Pivano, in provincia di Gorizia, ha 25 anni, ed è celibe. Proviene dal campo di concentramento di Isernia. Appena arrivato ad Altavilla emergono subito le sue precarie condizioni di salute. E' affetto da tubercolosi. E’ il podestà Francesco Mottola a prendere a cuore la sua situazione: “L'internato in oggetto affetto da emottisi ed infiltrazione apicale a sinistra come rilevasi all'unito certificato del locale ufficio sanitario, munito di foglio di via, viene inviato presso codesta Regia Questura per farlo sottoporre ad accertamenti diagnostici dal Consorzio Provinciale Antitubercolare e disporne eventualmente il ricovero in adatto luogo di cura". Dopo questa nota di Mottola solo il 19 febbraio, e cioè dopo più di un mese, la Prefettura risponde per disporre il ricovero dello Zgur nel sanatorio “Villa Maria” di Mercato San Severino, Qui resterà meno di una settimana, poiché già il 26 febbraio, gli viene ingiunto di tornare al confino di Altavilla. Quello che emerge è che la Questura tenta in tutti i modi di impedire il ricovero e le cure. Fu la cocciutaggine, il senso d’umanità, del podestà Mottola, ad avere la meglio riuscendo a far intervenire personalmente il Prefetto. Il 7 marzo del 1941, Bernardo Zgur viene trasferito - in considerazione delle sue precarie condizioni di salute - nella più ossigenante e salubre località di Acerno. La Questura recalcitra, ma anche grazie ai certificati del dottor Amedeo Molinara, si riuscirà a garantire le cure al confinato. Don Ciccio, risolverà la vicenda chiedendo, e ottenendo, il personale intervento del Prefetto dell'epoca. Un piccolo fatto che s'inserisce in una grande storia, nella immane tragedia dell'Olocausto. 
I Keller erano invece dei ricchi commercianti che, a seguito delle persecuzioni razziali, avevano perso tutto. “I suddetti Keller hanno dichiarato di non possedere denaro e di non avere gioielli”, scrive il podestà. Nato a Kulitzkov, Beniamin Keller è figlio di Markus e Charlotte Bader, vedovo, arriva ad Altavilla l'8 agosto del 1940, ha 72 anni ed è accompagnato dalla figlia Regina Sara, sarta. 
Il vecchio Michele Mazzeo avventurosamente, da prigioniero di guerra degli austro-ungarici, aveva fatto il falegname nei cantieri navali di Budapest tra il 1917 ed il 1920, cercò nella sua memoria e fervida intelligenza di ricordare qualche vocabolo ungherese, sopravvissuto per vent'anni, per comunicare con i magiari Keller (padre e figlia nubile) che avevano voluto affrontare in Italia la vergogna delle leggi che promuovevano le persecuzioni razziali. L'artigiano altavillese rappresentò, per quei lunghi mesi, il loro unico modo di comunicare con un mondo molto diverso. Piccolo di statura e con il pizzetto bianco, Beniamin Keller agli altavillesi sembrò una copia di Vittorio Emanuele. Riuscì a spiegare d'aver dovuto lasciare la proprietà di un grande panificio a Vienna o, forse, a Budapest. Il sabato, con la figlia e gli altri internati israeliti, si metteva l'abito elegante e si faceva vedere in piazza. 

IL MALTESE E GLI ALTRI. Il giovane maltese Paolo Calea invece, da buon mediterraneo, s'inserì subito tra la gioventù altavillese. Più di una volta i carabinieri lo avevano 'pizzicato' in giro per i vicoli del centro cittadini, ben oltre gli orari stabiliti dalla legge. Forse, fu proprio questa confidenza che lo spinse a gioire, ai principi dell'aprile del '41, alle prime ammissioni - nella propaganda fascista - dei cedimenti bellici in Africa Orientale. E la 'spiata' allora fatta da due nostri compaesani resterà come unica macchia su vicende dove il senso d’umanità della nostra gente e delle stesse autorità preposte sarà costantemente presente. 
Maltese, nato a Valletta, figlio di Giovanni e di Concetta Mallia. Dal 10 febbraio del 1941 la questura di Catania lo aveva destinato a Salerno, dove arriva due giorni dopo. Quando, il 13 febbraio, arriva ad Altavilla, ha 27 anni. Resterà nel nostro paese fino al 4 aprile, quando il Podestà telegrafa al questore: ": "Internato Calea Paolo nell’ascoltare il comunicato numera 300 in casa di Suozzo Francesco presso il quale è ospitato presenti due persone individuate lasciava andare nel sentire avvenuta evacuazione Asmara manifestazioni di giubilo battendo le mani tanto di fattasi voce paese fatto segno manifestazioni d’ostilità. Disposto fermo est ancora trattenuto attesa istruzioni". Il 10 aprile, con l'aiuto dei Carabinieri della Compagnia di Eboli, Paolo Calea è trasferito presso il campo di concentramento di Monte Giarucolo. “Paolo Calea stava a pensione da Francesco Suozzo e Peppina Marra a via Municipio dove c'erano due stanzette che facevano da albergo, al piano superiore di dove c'era anche la cantina e osteria. Era un bravo ragazzo. All'una la radio trasmetteva il comunicato sull'andamento bellico e quando sensi che la guerra volgeva a favore degli inglesi espresse la sua contentezza. Furono C. P. e M. S. che fecero la spia ed andarono a denunciarlo ai carabinieri. Non ci fu affatto una sommossa nel paese, anzi furono in molti a dispiacersi per quanto successo. . . " E’ la testimonianza di Aspreno Pacifico, raccolta nel maggio 1998 
CARLO MELCHIORRE BOURNIQUE, fu Carlo, francese. Già confinato ad Amalfi non arrivò mai ad Altavilla Silentina. Doveva essere di buona condizione economica se il 7 aprile 1941 il questore di Salerno dispone che, quando giungerà nel paese, ’Il Bournique deve considerarsi internato a proprie spese. Il Podestà di Altavilla è pregato di segnalarne l'arrivo e di sottoporlo alle note prescrizioni, facendo tenere copia del relativo verbale”. Il 24 aprile il Questore cambia idea e con un telegramma avverte il Comune di Altavilla che Carlo Bournique è stato invece trasferito ad Arezzo. 
JEAN ALFREDO LOUIS. L'ANARCHICO. In una Altavilla bacchettona dove solo a don Ulderico era concesso di trasgredire le rigide regole sociali la bella moglie dell'anarchico Jean Louis Alfredo fece sognare molti. L'avvenenza di Anna De Leucia era particolarmente valorizzata dalla sua bravura di ballerina nelle serate organizzate presso la locanda di Peppina Marra e di Francesco Suozzo. Proviene dal mondo dell'anarchismo napoletano. E' un italo - francese, figlio di Giusto Louis e Carola Musella. Ha 31 anni, sposato. Arriva ad Altavilla il 20 novembre del 1940, proveniente da Arezzo. Appena mette piede nel paese si reca presso il Municipio dove gli fu fatta firmare la solita dichiarazione con l'elenco di tutte le limitazioni al suo forzato soggiorno. Il 4 dicembre arriva la moglie, Anna De Leucia, a fargli visita. Il 23 gennaio del 1941, Jean Alfredo Louis, rivolge una istanza - forse una richiesta di espatrio- al Consolato d'America in Napoli. Il 7 febbraio il podestà Mottola, scrive alla Prefettura: "L'internato Louis Jean, che serba condotta irreprensibile, e sino ad oggi non ha dato luogo a lagnanze insiste continuamente acchè la propria moglie possa convivere con lui. Se non costano speciali disposizioni, ed in considerazione della buona condotta dell'internato, si prega di dare all'acclusa istanza esito favorevole". Il 12 febbraio 1941 la Questura comunica che è stato interessato il Ministero per l'autorizzazione da lui chiesta per farsi raggiungere dalla moglie. Il 16 aprile del 1941, un telegramma del questore Palma, rende noto: 'che è allo studio eventuale rimpatrio di cittadini francesi internati in Italia. Pregasi far subito interrogare cittadini francesi assegnati campi di concentramento di Campagna et quelli internati nei comuni in indirizzo se intendano o meno ritornare in Francia". Jean Louis, rifiuta l'opportunità e dichiara che “non intende ritornare in Francia”. Jean Louis, resta ad Altavilla fino al 20 maggio del 1941. 
DESIDERIO GRUNHUT. Medico - chirurgo, proveniente dal campo di concentramento di Campagna, giunge ad Altavilla il 15 novembre 1940, poiché 'ebreo apolide'. stando alla prima qualifica appioppata dalla nota 4015 della Questura di Salerno, poi corretta in "ebreo ungherese'. Desiderio Grunhut - 43 anni, è nato a Rakospalata, è figlio di Isidoro e di Maria Stein. Arriva ad Altavilla con la moglie Elisa Guerrato ed una figlia di 13 anni. Il 21 dicembre ad Altavilla arriva anche un nipote di Desiderio Grunhut, è Raffaele Guerrato, residente a Roma in Via Lunigiana 6 int. l. Dichiara, a tal proposito, il podestà:’L'internato Grunhut mi asserisce che il proprio nipote si è qui portato per ragioni di salute ed intende rimanervi per un pò di tempo. Poiché il giovane è sfornito d’autorizzazione e di documenti d’identità personale, ne informo codesta Questura Per eventuali provvedimenti' “Da segnalare é una lettera di Alfredo Leone, commerciante di Mercato San Severino, al Comandante la Stazione dei Carabinieri di Altavilla Silentina, ad appena una settimana dall'arrivo ad Altavilla, per dire che il Grunhut aveva lasciato presso di lui un conto in sospeso di 71 lire e che vista la corresponsione dell'indennità al confinato passa per il tramite di codesta stazione. Prego perciò volergli trattenere detta somma e cortesia di farmela recapitare”. Altri problemi al Grunhut furono provocati anche dal fatto di essere sposato con una cittadina italiana 'ariana'. Scriverà infatti al podestà di Altavilla la Direzione Generale per la Demografia e la Razza del Ministero degli Interni: 'non è possibile consentire il suo matrimonio con la cittadina italiana Elisa Guerrato, ostando l'art. 1 dei R. D. Legge 17 novembre 1938, XVII, n-1728'. Il 28 gennaio 1941 arriva anche il divieto esplicito ad esercitare l'attività di medico. 'A far visita all'amico dott. Grunhut veniva con l'autobus, anche due volte alla settimana, lo psichiatra Marco Levi Bianchini, allora responsabile del manicomio di Materdomini di Nocera. Alto di statura, aveva la barba a forma di pizzetto. Ad un fanciullo altavillese dava sempre la mancia poiché questi lo aiutava a portare i pacchi e pacchettini. . . ”. Testimonianza di Aniello Mazzeo

IL CONFINATO POLITICO COSTANTINO CATENA. Nei pensieri di Costantino Catena da Ancona, figlio di Bonafede, e della sua compagna Rosina Giarletta c'era sempre il mare. Simbolo di libertà e di spazi infiniti per i due irrequieti coniugi. Come dovettero adattare questa loro costante aspirazione, nomen - omen, dicevano i latini, con la monotona vita altavillese degli anni trenta, resta ancora oggi un mistero. Fosse o no un confinato, le carte non lo dicono o smentiscono, il fatto è che Costantino Catena per più di un decennio si àncora (ancora una volta il mare) al nostro paese, partecipa alla sua vita più intima e alla tragedia della guerra. Lavorerà alla costruzione della diga di Persano e poi si trasferirà ad Eboli. Cercò come potè, nelle convulse giornate del settembre del 1943, di far capire agli americani che ad Altavilla erano i benvenuti e che dovevano far cessare i distruttivi bombardamenti. Andò sul Muraglione a sventolare la bandiera bianca e “consegnò” in caserma (con il loro consenso) l’ultimo simulacro “fascista” ancora presente in paese: un paio di carabinieri. 

PRESENZE DEGLI INTERNATI AD ALTAVILLA: Agosto 1940: Beniamino Keller e la figlia Regina Settembre 1940: Beniamino e Regina Keller Ottobre 1940: Beniamino e Regina Keller Novembre 1940: Beniamino e Regina Keller, Desiderio Grunhut, Jean Louis Dicembre 1940: Beniamino e Regina Keller, Desiderio Grunhut, Louis Jean Gennaio 1941: Beniamino e Regina Keller, Desiderio Grunhut, Jean Louis, Bernardo Zgur Marzo 1941: Beniamino e Regina Keller, Bernardo Zgur, Desiderio Grunhut, Jean Louis, Paolo Calea , Aprile 1941: Beniamino e Regina Keller, Grunhut Desiderio e Jean Louis Maggio 1941: Beniamino e Regina Keller, Desiderio Grunhut e Jean Louis 
Il 22 maggio del 1941 il soggiorno degli ebrei ad Altavilla cessa. Le carte ci raccontano che tutti vengono destinati verso diversi paesi del Vallo di Diano. Quale fu il loro destino non è dato sapere. Ci piace restituire alla memoria collettiva la traccia del loro passaggio per Altavilla Silentina. 

I FATTI DEL 1943
L’episodio dei confinati segnala ancora la marginalità di Altavilla rispetto alla grande tragedia della guerra mondiale in corso. Due anni dopo invece il paese diventa l’epicentro dell’operazione “Avalanche”, ovvero lo sbarco degli Alleati nella Piana di Paestum. Altavilla era "Quota 424" il livello altimetrico della collina che guarda a Paestum. Dall'11 al 17 settembre, la battaglia fu molto aspra in ogni parte del paese. I morti civili furono più di settanta, mentre un'intera ala del cimitero venne occupata dalle centinaia di salme di soldati americani e tedeschi. Furono giornate intensissime, ne seguì un bagno di libertà, ma alto fu il prezzo pagato per i bombardamenti e combattimenti che tanti morti fecero anche fra la popolazione civile. Fred. L. Walker, comandante della 36a divisione Usa, il 24 settembre del 1943 annota sul suo diario: «Sono passato di nuovo da Altavilla oggi. Le case sono distrutte, le strade sono bloccate dai detriti, c'è ancora puzza di cadaveri. Il bombardamento di questa città, piena di famiglie abbandonate, fu brutale, e senza alcuno scopo. La popolazione è poverissima, inconsapevole, molto religiosa; tutta immersa in un immane dolore, con il terrore sui volti». E’ il 24 settembre del 1943.
Nessuno ha ancora raccontato adeguatamente il gesto di coraggio dell'allora parroco di Altavilla Silentina, don Domenico Di Paola. Al culmine degli aspri combattimenti con i tedeschi, gli americani volevano fucilare due abitanti. Arrestati e legati, dopo un processo più che sommario, furono schierati in un angolo della piazza. Il plotone era pronto a far fuoco. La loro colpa? Erano restati nelle loro case, non erano sfollati come tutti gli altri, nascosti a poche decine di metri da dove un solo cecchino tedesco aveva dato filo da torcere a molte decine di soldati Usa. Rodolfo Guarino spiaccicava qualche parola di tedesco, appreso durante il servizio militare, mentre Antonino Gallo era un credente della Madonna del Carmelo. Gallo non perse però la calma: s'inginocchiò e pregò a voce alta la sua Madonna. Gli americani rimasero sorpresi e non osarono interromperlo. Quei pochi minuti d’attesa consentirono al prete di raggiungere la piazza e reagire. Don Domenico, da cilentano sanguigno, pur senza comprendere una parola d'inglese, seppe farsi capire ed essere convincente. I due malcapitati, grazie al coraggio del prete, ebbero salva la vita.


Il paese ha sempre stimolato i romanzieri. Piero Chiara si ispira proprio alla vicenda dei confinati politici ad Altavilla. Nel 1967 pubblica un romanzo, Il Balordo (Mondadori), che vince il Premio Bagutta. Il protagonista di questo splendido romanzo di Piero Chiara, il "Balordo" del titolo, è il musicista Anselmo Bordigoni, o Bordìga, un uomo candido e grosso — alto quasi due metri e con la faccia larga «quanto il tronco di un robusto bambino di cinque anni» — che vive come un fungo in un paese affacciato su un lago ai piedi delle Alpi. La totale apatia nella quale questa sorta di Gargantua ottusamente assente ha sempre vissuto viene però improvvisamente interrotta, ai tempi del fascismo, da una denuncia per malcostume che lo costringe al confino ad Altavilla Silentina. Qui, divenuto famoso per la sua musica, sarà costretto a seguire gli Alleati nella loro risalita della Penisola, punteggiando il suo cammino di improbabili trionfi, fino a ritrovare il paese dal quale era stato cacciato, dove verrà accolto in trionfo come perseguitato politico ed eroe di guerra, diventando il promotore — naturalmente involontario — di un magnifico esperimento di democrazia diretta. La sua avventura diventa così favolosa, ai limiti del grottesco, fino a riflettere l'ignominia e l'innocenza di un mondo avviato, di balordaggine in balordaggine, a consumare in modo sempre più dissennato sentimenti e valori. Il libro è ancora in vendita negli Oscar Mondadori e costa 7.80€. Segue Antonio Bennato con “Ho tirato i santi giù dal cielo”, edito da sempre da Mondadori, ha raccontato le storie del seminario e poi è seguita la saga dei racconti, editi da Moby Dick, di Francesco Di Venuta. Dall’esordio de “Il Fuoco della Malannata” all’ultima opera: “Torrida Festa”, un giallo ambientato durante la più lunga delle giornate che vive Altavilla: la festa di S. Antonio.

giovedì 17 marzo 2011

Francesca Cerniello, la donna del brigante, confessa




In un documento del 1869, recentemente recuperato, la compagna di Gaetano Tranchella denuncia un mugnaio, un prete, la locandiera ed il possidente

di Oreste Mottola

Francesca Cerniello era povera ma bella. Analfabeta e contadina. Così raccontano le carte dei processi. E a ventott’anni è ancora senza marito, fatto singolare dei tempi di quando già a diciotto anni si era considerata zitella. Dai briganti, che avevano trasformato il bosco di Persano nel loro Supramonte, la conducono delle amiche dalle quali raccoglie l’invito – sfida “ad andare a conoscere” quegli uomini così temuti che qualche volta, di notte, si spingevano fin dentro l’abitato di Altavilla. Avevo già descritto il suo profilo nel mio libro “I paesi delle ombre”. Ora, grazie alla collaborazione dello storico Giuseppe Melchionda, aggiungo la sua “confessione”, resa dopo cinque anni dopo la cattura, che apre squarci nelle complicità che gli assicuravano quattro “eccellenti”: un mugnaio di Postiglione, Biagio Vecchio; un parroco di Castelcivita, don Giuseppe Vincenzo; una locandiera di Scorzo, Concetta Campagna; e Sabato Chiaviello, ricco possidente di Serre. Francesca eviterà di fare i nomi dei suoi compaesani o di altri briganti “semplici”. Quest’ultima circostanza gli permetterà, ormai in tarda età, di tornare nel suo paese, e di trascorrervi la vecchiaia. Dove ritrova la figlia Gaetana. Francesca Cerniello è l’amante di Tranchella, ma nelle carte lei si definisce “sposa”, pur senza averlo mai potuto sposare ufficialmente. In altri verbali è chiamata concubina o druda. La Cerniello, da noi detta Francesca “di Costa”, forse per la zona del paese dove era andata ad abitare, dove sin dal settembre del 1863 seguì il Tranchella e già il 13 dello stesso mese, nel bosco di Persano prese parte attiva ad uno scontro con un drappello di fanteria e con militi della Guardia Nazionale d’Altavilla: alla prima scarica di fucileria, segui uno scontro a corpo a corpo, con i calci delle pistole e dei fucili. Le grida ed i lamenti dei feriti riempivano l’aria di quella limpida giornata settembrina. Dopo il primo scontro, i briganti si dileguarono nel folto della boscaglia, come nebbia al mattino con la forza pubblica non riuscì più a rintracciarli. Nel giugno del 1864 la Cerniello custodì persone danarose di Altavilla che erano state sequestrate e per le quali aspettavano che fosse pagata la taglia per il rilascio. Era una donna molto ben voluta da Tranchella. di cui godeva la massima fiducia e simpatia. Era rispettata e temuta dai briganti, i quali la consideravano la loro padrona. Una volta “non contenta dei molti doni che il Tranchella le faceva, tra i quali v’era una collana d’oro che una famiglia dovette mandare ai briganti per ottenere la liberazione di un sequestrato, essa mandò a dire alla moglie di questi che voleva anche la collana d’oro che portava la signora di Antonio Marruso, pur essa di Altavilla”. La Cerniello stette con la banda per ben quindici mesi e non si allontanò se non quando fu ucciso il Tranchella. Incinta di lui, dette alla luce una bambina che volle chiamare Gaetana. Dopo l’uccisione del capobanda, essa si presentò alle Autorità ufficialmente spontaneamente, nei fatti spinta dal prete di Castelcivita. Di questo suo comportamento, assieme al fatto di “essersi data al malfare spinta alla miseria in cui versava” ne tennero conto i giudici nel processo a suo carico. Le altreA 15 anni di lavori forzati, come la Cerniello, furono condannate le altavillesi Giuseppa Cantalupo, Anna Rocco, Giuseppa e Carminella Arietta, le quali furono sorprese il 17 ottobre del 1863 mentre si recavano nel bosco di Persano, portando limoni, prugne, mele ed altro al capobanda ammalato Tranchella, avendone avuto incarico il giorno precedente. Queste donne erano, secondo quanto risulta dagli atti processuali, dedite alla prostituzione ed erano state viste più volte da Marchese Giovanni in “epoca non ben precisata dello scorso mese unite a sei briganti che erano sortiti dal bosco di Persano e che al punto, detto Pilato, avevano predato un montone, e che quindi insieme alle dette donne rientravano nel Bosco, traducendo l’animale predato, per banchettare dopo averlo cucinato”. A Persano furono arrestate e poi condotte nel comune di Altavilla. In seguito ad una perquisizione nelle loro case, vi furono rinvenute due lettere inviate alla Cantalupo da Gennaro Rubbino, soldato sbandato, che aveva già fatto parte di una comitiva armata che infestava il territorio di Altavilla nel 1861 e che si trovava allora nelle carceri. Anna Maria Polito, fu Gaetano, contadina, condannata per “esser si prestata non solo a soddisfare i loro piaceri carnali, ma eziandio a cucire, rattoppare e lavare loro la biancheria”. Fu condannata a cinque anni di reclusione perché i giudici considerarono che a “tale mestiere infame fu quasi indotta dai mali trattamenti del marito e dalla miseria in cui versava”.La “parlata” di Francesca “Francesca Cerniello, fu una fiancheggiatrice importante. Figura di primo piano dell’universo femminile che ruotava attorno a Gaetano Tranchella ed alla sua banda”. Così la descrive Giuseppe Melchionda, storico di primo piano degli Alburni, autore di romanzi e saggi, ricordiamone alcuni, “Ladro di cuori” e “Cafoni in rivolta”, sempre rivolti al periodo dell’unificazione italiana e del brigantaggio..”Sì, non era una ragazzina che si prende la sbandata romantica”. Dopo la cattura, indotta a presentarsi dal prete Giuseppe Vincenzo, che così se la “vende” alle autorità piemontesi, resta cinque anni in carcere. Il sacerdote in quegli anni fa il doppio gioco, usa spregiudicatamente un salvacondotto per muoversi liberamente fra Castelcivita e Persano. Don Giuseppe Vincenzo si prende le sue private vendette quando fa ricattare “donna Cecchina”, proprietaria di vacche nella montagna di Castelcivita, e soprattutto – con il pretesto di gestire una sorta di cassa comune – si intasca i bottini della banda Tranchella. DICHIARAZIONE del 28 luglio 1869La dichiarazionde la raccoglie Vincenzo Damiano, all’interno del carcere di Montelupo Fiorentino. “I miei genitori e parenti mi hanno abbandonato. Sicché non ho altra speranza che nell’aiuto della Vostra Signoria Illustrissima. Chiedo di poter ottenere una diminuizione della pena. Perciò supplico di poter rivelare i nomi di alcuni dei manutengoli del brigantaggio che io conosco”. E continua: “Sono Francesca Cerniello, figlia di Carmine. Ho circa 34 anni. Sono nata e domiciliata ad Altavilla. Sono nubile e facevo la contadina. Sono stata per un anno con i briganti che scorazzavano nella mia provincia. Ed ero l’amica del capobanda Tranchella, che fu poi ucciso. Sono in grado di dire il nome di alcuni che si prestavano a nostro favore. Premetto però che sono ora circa cinque che sto in carcere come condannata a 15 anni di reclusione per brigantaggio e non so se attualmente saranno viventi le persone che andrò a nominare e se siano stati già arrestati per i delitti che accennerò ed altri commessi di poi. Faccio questa premessa perché non si creda che io voglia ingannare la giustizia, semmai le mie dichiarazioni non potessero dare utili risultati. Conobbi, quado stavo con Tranchella, un certo mugnaio che ha nome Biagio Vecchio, abitante a Postiglione. Costui, oltre a partecipare alla preda che faceva la banda Tranchella, indicava anco chi si doveva ricattare. Fu questi che fece prendere il prete di Albanella, uno sposo ed una sua sorella, e certo Benedetto, sarto, del quale non so il cognome, mentre tornavano da Salerno dov’erano stati a fare la spesa per il matrimonio. Questi venni a conoscere perché io con alcuni componenti della banda avevo più confidenza del Tranchella stesso. Egli mi diceva che Biagio era una buona spia, o per servirmi di una sua espressione, una spia serrata. Questo Biagio una volta si è vestito anche da brigante ed io gli detti il mio fucile e cappello e prese parte al ricatto dei signori Raffaele Contini, Carlo Guarino e Giuseppe Olivieri, che fu eseguito nella chiesa del Bosco di Persano. Uno dei manutengoli che erano a noi più fedeli, per quanto mi ricordo, era un certo Sabato Chiaviello, proprietario alle Serre, presso di cui furono depositate diverse casse di roba portate via a certo Guarnaldi e contenenti più che altro fucili, polveri, munizioni e vestiario. Questa roba fu portata via a Guarnaldi da certo Carmine Romano, del paese della Rocca che fece brigante e che fu poi condannato a 15 di anni di carcere. Oltre a questi tali ho da segnalarvi don Giuseppe Vincenzo, che è un prete che stava a Castelluccio, che veniva sempre a trovare la banda e l’incoraggiava a proseguire nelle scorrerie dicendoci che presto sarebbe cambiato Governo. Egli ci recava del mangiare, ci portava fucili e li aggiustava, ci faceva la spesa e ci prestava suoi altri servizi. In nessun caso sono stato a casa sua, fu lui che mi presentare al Prefetto di Salerno. Quel prete istigò la banda a ricattare donna Cecchina che tiene le vacche nella montagna della Castelluccia. Quando poi fu rubato dai briganti don Gennaro Ricci, del mio paese, essendo stato ricattato assieme ai figli, un anello fatto con lamine e tre pietre fu dato a detto don Vincenzo perché ne facesse fare dei compagni giacché era molto piaciuto ma egli se lo ritenne dicendo che lo voleva come ricordo del capo della banda. Venne poi arrestato e ci raccontò di essersi liberato promettendo che ci avrebbe fatto costituire. Ma non si adoprò per questo. Mi rammendo anche che una certa Concetta Campagna che abitava allo Scuorzo, vicino al luogo detto La Duchessa che teneva bettola ci provvedeva di tutto il necessario. Ci stirava e lavava la biancheria, questo mi raccontavano i briganti che una sera volevano condurre anche me da costei. Un certo Antonio Viggiano, di Postiglione, che ha una vistosa cicatrice sul viso, ci teneva mano, avvisando quando veniva la forza. Fu lei che ci supplicò di ricattare don Pietro Mottola, parimenti di Postiglione, quando questi decise di andare a prendere moglie ad Altavilla”.
 
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Una risposta a Francesca Cerniello, la donna del brigante, confessa
Massimo Guarino scrive:
Preg.ma redazione de’ “La Collina degli Ulivi”,
sono un discendente diretto di Carlo GUARINO, citato nella confessione della Cerniello, compagna del brigante Tranchella. Per anni ho cercato, invano, notizie afferenti il rapimento del bisnonno di mio padre ad opera del brigante in causa e solo per un mero caso, navigando, come spesso mi capita, alla ricerca di notizie del periodo borbonico e del brigantaggio, ho trovato l’articolo del Dr. Mottola. Nel leggere con passione l’articolo “de quo” ho potuto, con grande emozione, avere finalmente la conferma sulla veridicità di un episodio, raccontato tantissime volte da mio padre e che tutti in famiglia pensavamo si trattasse di una leggenda. Il citato articolo, altresì ha confermato l’origine persanese della famiglia (da 5 generazioni ormai battipagliese) di cui tante volte avevamo sentito citare dai parenti più anziani che ci hanno sempre narrato del capostipite Carlo, quale appartenente ad una importante famiglia di forte tradizione borbonica (in famiglia ancora oggi si tramandano i nomi di Ferdinando, Francesco, Carlo). Non potete immaginare la gioia che ho provato nel leggere il testo relativo alla confessione della Cerniello e di questo, credetemi, ve ne sarò per sempre grato.
Con gli auguri di sempre maggiori successi per il futuro, cordialmente saluto.

Massimo Guarino

mercoledì 16 marzo 2011

Il caso FARE AMBIENTE di Oreste Mottola



fare-ambiente Pepe foto
Trovatemi il nome di chi è per il nucleare, mantenere il poeta Bondi al ministero della cultura, contro l’acqua pubblica, e via a scendere per arrivare nel Cilento,  per “valorizzare” Trentova ad Agropoli contro l’imbalsamazione degli ambientalisti e dei sostenitori dei bei ed arcadici tempi andati, ed ha messo carte bollate e scienza giuridica non a favore ma contro l’area marina        protetta di Santa Maria di Castellabate con con un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, il ministero dell’Ambiente, il Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano, ente gestore, e il comune di Castellabate. “Sono stato sollecitato da diverse associazioni di categoria— spiega il suo presidente nazionale — dai pescatori, dai diportisti, da semplici cittadini, ma anche da amministratori locali che mi hanno chiesto di intervenire”.  Pensate che basti? No, questo gruppo è anche a favore della caccia. Federica Ricci, Responsabile Nazionale Giovani, ha dichiarato: “per troppi anni le leggi proibizioniste hanno limitato le tradizioni dell’arte venatoria. Non possiamo permettere che le future generazioni si privino della tradizione della cultura rurale italiana”.  “E’ necessario – ha aggiunto Ricci -  rilanciare una seria politica ambientale, a partire da un rafforzamento delle norme a tutela degli animali selvatici e della biodiversità e questo lo si potrà fare solo attraverso l’ottimismo della ragione ed il realismo del fare. La caccia contribuisce a garantire e a tutelare le biodiversità. Pensiamo alle specie in eccesso che in alcune aree proprio per aver detto spesso no alla caccia, hanno creato non pochi danni sia all’ambiente che all’agricoltura”.  Ancora non basta? Eccoli in campo in difesa di Sandro Bondi, il dimissionario ministro della cultura: “Auspico che Sandro Bondi non si dimetta e porti a termine il buon lavoro, che tra mille difficoltà, ha svolto nel corso degli ultimi 3 anni”.
Ora è il momento di mettere le carte in tavola e di finirla con la convenzione non scritta che su questa storia va osservato il doveroso silenzio. L’associazione della quale abbiamo riportato le posizioni si definisce ecologista. Si chiama “Fare Ambiente”, con sottotitolo “Movimento Ecologista Europeo”.  Difesa dell’acqua pubblica? “Acqua sempre pubblica: reti idrica tra sprechi e inefficienze”. Questione sepolta. I referendum sul tema? Sono demagogici.  Nucleare? “Sono contentissimo che Umberto Veronesi condivida pienamente le nostre posizioni e le nostre battaglie culturali”. Lo dichiara Vincenzo Pepe. E siamo così al nome del conductor di questo gruppo. E’ un personaggio noto da tempo, soprattutto dall’estate del 1988, quando da assessore al turismo socialdemocratico decise di far diventare Agropoli… capitale italiana della trasgressione. Le belle turiste, questo era il suo progetto, dovevano girare a seno scoperto lungo il corso cittadino. I giornali dell’epoca lo presero sul serio. Pepe ebbe paginate su paginate. Giulio Cantarelli, un militante repubblicano che amministrava Agropoli quando l’assessore Pepe non era ancora nato però ebbe da dire: «Se uno dice una cosa dev’essere in grado di farla. Ha promesso meraviglie, pieno di boria, ma non s’è visto niente, e allora io sono contrario». Contro fu anche il sindaco socialista Paolo Caputo, non irretito dai seni in libertà: «Pepe doveva trovare sistemi più decorosi per attirare l’attenzione della gente», dice Caputo. Quell’estate Pepe aveva solo 28 anni, avvocato di belle speranze, ed era sposato da soli due mesi. Ventitrè anni dopo è  docente di Diritto costituzionale comparato presso la II^ Università degli Studi di Napoli, nonché presidente della Fondazione Giambattista Vico. “ Con la sua attività – leggiamo dalla motivazione con la quale il comune di Perdifumo gli ha dato la cittadinanza onoraria – ha promosso a livello nazionale ed internazionale non solo il pensiero filosofico di Giambattista Vico ma ha magnificato l’identità culturale del territorio di Perdifumo, del Cilento, del Mezzogiorno d’Europa”. Dichiara su tutto lo scibile, Pepe, ma non ho trovato sue censure verso lo stile di un presidente locale di Fare Ambiente che, all’inaugurazione della “sezione” di una cittadina del sud Italia, avvenuta non molti mesi fa all’interno del circolo cacciatori della stessa città, si è presentato con una cintura di pitone. “Può esistere – dice – anche un ambientalismo alternativo lontano dalle politiche dei ciechi e spesso incoerenti No”. Caspiterina, se può. Ma inquieta se pronuncia tutta pure tutta questa caterva di sì. E tutti sulla “mission” di chi dice di essere ecologista.  Interessante sarebbe leggere “i risultati raggiunti con la redazione del rapporto sulle frodi alimentari ed agroalimentari redatto dal Movimento nel 2010”. Una chiave di lettura nel frattempo la fornisce la sponsorizzazione della mostra personale del Maestro Ugo Nespolo   “PARTENOPE L’ANGELO DEL CONTRASTO”, si presenta Pepe. Corsi e ricorsi storici questo tema  dei contrasti.  Come quel convegno sul “Nucleare. Energia pulita, economica e sicura” e la partecipazione dei comitati per il sì al nucleare promossi da quel Chicco Testa, il fondatore di Legambiente, una di quelle personalità dell’inutile e pernicioso ambientalismo radical chic che “Fare ambiente” dice di voler combattere. Poi è arrivato il terremoto del Giappone e qualche esplosione. Quisquilie ci dirà Pepe. La verità è che al fantasioso e capace costituzionalista di Agropoli stava riuscendo il colpo di far diventare Fare Ambiente, quello che già  è un associazione di partito camuffata da ambientalista che, dopo aver definito “sfaccendati” coloro che si oppongono all’energia nucleare, ora torna con i comitati anti radical chic. Accompagnandosi al più radical chic di essi: Chicco Testa, oggi consigliere di amministrazione della Banca Rothschild. A proposito di veri poteri forti.
Oreste Mottola

1980, quando Silvio Masullo progettava una rivoluzione culturale nella Valle del Calore

In ognuno dei 18 comuni del bresciano dove ha lavorato da apprezzato segretario comunale ha organizzato memorabili iniziative culturali e si è fatto carico dell’ospitalità di personaggi dello spessore di Enzo Biagi e Vittorio Feltri. Ha condotto interviste pubbliche dove ha sempre fatto risaltare la sua grande cultura ed umanità. Fino a un quotidiano, “Il Giornale di Brescia”, non decide di dedicargli una mezza pagina di apprezzamento e lodi sperticate. Ed è l’articolo che leggete in questa stessa pagina. L’ho letto per caso quel pezzo. Dentro non c’era scritto di dove fosse questo Silvio Masullo. Il giornale faceva intuire che fosse meridionale. C’era però la foto e quell’immagine associata al nome in me (che pure non sono un fisionomista) ha prodotto un corto circuito. Io quello l’avevo incontrato nella mia “vita precedente”: così come definisco il periodo della formazione e quei dieci, quindici anni, dove i giornali li ho furiosamente letti e non scritti, ed ho spesso polemizzato (remember, Antonio Manzo?) con chi ci stava già dentro. Avevamo vent’anni quando con Silvio Masullo e tanti altri che ogni tanto incontro, o me lo ricordano, ci eravamo messi in testa di rinfoltire i boschi delle nostre zone interne. A Sacco, Piaggine e a Magliano Vetere abbiamo dato vita a dei veri e propri cantieri. A prezzo di lotte spesso aspre, mi ricordo di una mitica occupazione della comunità montana per la quale ricevemmo una denuncia per “invasione di edifici pubblici”, strappammo quattro lire e ci mettemmo al lavoro. Nelle comunità montane di quel tempo si fosse presa proprio quella via che noi indicavamo ed oggi ci troveremmo  con un’economia montana che se ne potrebbe sbattersene dei soldi della forestazione che la regione non vuole più sborsare mettendo sul lastrico le famiglie degli attuali operai forestali. Quella fu solo la prima delle nostre tante sconfitte, andata anche in scena nell’anno del terremoto. Io venivo da studi agrari ( che avrei fatto bene a completare per stare su quella strada maestra, e lasciar stare il demone del giornalismo che poi mi prese), Silvio aveva da poco preso la licenza classica e si era iscritto a giurisprudenza.  Lui era di Sacco, io di Altavilla. I  coetanei del tempo che noi frequentavamo erano innamorati della musica ed esprimevano un impegno politico sincero anche se un po’ rozzo diviso tra il Pci e la Cgil. A me stava stretto, mentre Silvio proprio non ci si ritrovava e non esitava ad esprimere la sua idea: una rete di circoli culturali in tutti paesi del comprensorio Calore Alburni. Dove non si declamavano poesie ma si incideva sulla mentalità del popolo e delle classi dirigenti.  Io, che pur ero tra i pochi ad ascoltarlo con simpatia, tuttavia non ebbi la forza di convinzione necessaria (lo ricordi, Franco latempa?)  per intraprendere quella strada. Era quella giusta, ci avrebbe consentito di dare un altro corso alla nostra storia collettiva. Di ciò, caro Silvio, mi scuso oggi per allora. E ti saluto con l’orgoglio di aver capito che “quell’intellettuale saccataro” sarebbe andato lontano … a farsi così tanto apprezzare come già allora meritava.
Oreste Mottola